domenica 18 dicembre 2011
Auguri di Natale: ditelo con un fiore
Quando ho iniziato a lavorare il vetro a lume snobbavo i fiori in favore di motivi più geometrici e rigorosi. Guarda caso lo stesso è successo con i cuori, che fino a poco tempo fa mi facevano orrore. Senza dubbio l'età che avanza, ma anche la mia - modestamente - aumentata perizia al cannello mi hanno fatto ricredere. Quando valuto un oggetto d'artigianato non riesco a non interrogarmi sul modo in cui è stato costruito, e questo vuol dire che a un certo punto i fiori hanno smesso di essere un motivo eccessivamente femminile e po' kitsch per diventare una sfida sul piano tecnico. Come cavolo si fa a creare l'illusione della profondità nel vetro, come si fa a creare fiori tridimensionali verosimili sospesi in uno strato di vetro appena disturbato dalle bollicine?
Ovviamente, ho iniziato a provare, ed ecco i risultati delle mie sperimentazioni da autodidatta. Si tratta di alternare colori trasparenti e opachi a strati di vetro incolore, ma detto così suona un po' troppo facile. Serve una buona dose di controllo della quantità di calore, perché il fattore chiave qui è riuscire a fondere lo strato superficiale trasparente fino ad arrotondarlo senza far muovere i fiori sottostanti, che altrimenti verrebbero deformati o sbavati.
Ad ogni buon conto ho deciso di approfondire questa tecnica ulteriormente con un interessantissimo tutorial di Corina Tettinger il "Daffodil Bead Tutorial" ovvero come intrappolare i narcisi nel vetro.
Quindi questa volta lo dico con un fiore, anzi con più di uno: BUONE FESTE!!!
sabato 26 novembre 2011
L'ultima ossessione, gli anelli in vetro
Come chi mi segue su facebook avrà avuto modo di vedere, da qualche tempo mi cimento nella costruzione di anelli in vetro. Sottolineo la parola costruzione, perché la procedura per fare gli anelli si discosta parecchio della classica maniera di fare le perle a lume. Si sa che le variabili da controllare quando si lavora il vetro incandescente con la fiamma di un cannello sono principalmente due, temperatura e gravità, e che controllando queste il vetro caldo tende spontaneamente alla rotondità. Ora invece per fare gli anelli su un ago di grosso diametro (in realtà un cilindretto metallico in fondo a un ago grosso) queste regole vengono infrante perché, dopo aver fatto la base dell'anello non si cerca la rotondità, si cerca invece di costruire una superficie ovale regolare che possa ospitare la decorazione. Questo effetto si ottiene posizionando gocce di vetro e spostandole poi con qualche attrezzo fino a trovare la forma desiderata. Molto più semplice a dirsi che a farsi.
Una volta costruita la tavolozza il trucco sta nell'applicare la decorazione senza far raffreddare né riscaldare bruscamente tutto l'anello. Spesso quando ci si dilunga troppo si finisce col sentire un piccolo "crack", l'indizio di una frattura che va sanata immediatamente per quanto possibile, scaldando il punto fino a fonderlo completamente.
Il più delle volte però non vale la pena di continuare a questo punto, perché non sempre la frattura guarisce fino in fondo e perché l'anello a quel punto si deforma irreversibilmente. Almeno io a quel punto preferisco buttare via il tentativo. Magari altri sanno come rimediare, ma qui io sono purtroppo completamente autodidatta e questo problema non l'ho risolto. Corina Tettinger fa degli anelli bellissimi ed ha annunciato un tutorial che ancora non ha visto la luce. Fino ad allora, non mi resta che continuare a fare tentativi.
L'ago su cui viene colato il vetro ha un'importanza notevole. Ce ne sono di due tipi diversi: massicci e cavi. Quelli massicci sono più pesanti e faticosi da usare, e proprio perché sono pesanti sono solitamente più corti di quelli cavi, che consentono invece di fare anelli più grandi e importanti. Quelli cavi sono quelli venduti negli UK da Tuffnell e sono i miei preferiti.
Mi sarebbe piaciuto molto favi vedere qualche anello indossato ma purtroppo, si sa, le ceramiste non hanno mani da modella.
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lunedì 21 novembre 2011
Le tazze a tre piedi modello Pierantozzi
Ovvero cosa succede quando ci si prova a seguire le istruzioni del DVD "What if? Explorations with Texture and Soft Slabs" di Sandi Pierantozzi. Ogni anno all'appuntamento di Scomigo cerco di presentare qualcosa di nuovo. L'anno scorso avevo costruito delle scatole texturate in refrattario. Quest'anno - non avendo avuto altre idee brillanti - ho deciso di provare a costruire delle tazze con il metodo di Sandi Pierantozzi di cui ho già riferito. Ho portato della terra rossa piuttosto umida, una serie di timbri a rullo da me creati e un paio di rettangoli di cartoncino da usare come dime per le lastre e ho cercato di costruire delle tazze.
Modello Giuditta n.1
Il primo tentativo è stato piuttosto deludente. Prevedendo di dover espandere il volume dall'interno ho usato uno spessore di lastra eccessivo (8mm) e il tazzone è diventato pesantissimo e troppo grande. Il manico poi, rullato e inciso è decisamente eccessivo. Una tazza per pesi massimi.
Modello Giuditta n. 2
Già più proporzionata. Ho usato lastra meno lunga e di spessore ridotto, cioè un diametro minore, ma il manico è ancora eccessivo.
Modello Giuditta n 3
Più piccola, ma proprio con il manico non ci siamo. Soprattutto quando provo ad attaccarlo non in corrispondenza del piede ma tra due piedi, cosa che comporta un equilibrio precario e un problema statico. La tazza tende a sbandare per il peso del manico, che si appoggia ed evita che cada del tutto, ma immaginate che fine farebbe il liquido contenuto nella sbandata... Bocciata.
Modello Giuditta n 4
Non male come forma, anche se un po' storta.
I manici rullati di Sandi non vanno bene per me.
Poi però mi viene in mente che questi manici sono presentati come una scorciatoia per chi non li sa fare tirati. Considerando che io ci ho impiegato anni a imparare a fare i manici tirati, mi è sembrato il caso di tentare a incrociare le due tecniche. Quindi, questo l'ho tirato, poi arricciato e attaccato... tra due piedi... Anche questo perciò è ribaltabile, staticamente controverso.
Modello Giuditta n 5: punto di arrivo
Ecco che quindi arriviamo alla soluzione del problema, per approssimazioni successive (o come rende meglio in inglese "by trial and error").
Manico tirato e modificato, attaccato alla base del piede, dove però va modellato per accompagnare la forma.
Soddisfatta del risultato al punto tentare la possibilità di riprodurne un'altra uguale. Risultato: una coppia di tazze da caffè.
Morale della favola
Quando si implementano le tecniche altrui non è sempre una passeggiata. Data la quantità di variabili in gioco - tipo di terra, spessore della lastra, profondità del disegno in rilievo e conseguente possibilità di espandere dall'interno, forma e attacco del manico - anche le tecniche che sembrano più ovvie possono presentare delle complessità. E poi è sempre così quando l'insegnante è così bravo da fare sembrare tutto semplice. E' al momento di mettere in pratica gli insegnamenti che saltano fuori le difficoltà.
La strada indicata da Sandi non è proprio congegnale per me, ma ci ricavo comunque un paio di spunti da utilizzare a modo mio: 1. la possibilità di costruire volumi con forme magari non ricavate a lastra ma a tornio 2. La possibilità di modificare i volumi dall'interno per non intaccare il disegno della superficie. 3. Più in generale, la possibilità di prendere spunto da tecniche non necessariamente affini alla mia produzione, spostandole in ambiti diversi. Non è poi questa la differenza tra copiare e interpretare??
Modello Giuditta n.1
Il primo tentativo è stato piuttosto deludente. Prevedendo di dover espandere il volume dall'interno ho usato uno spessore di lastra eccessivo (8mm) e il tazzone è diventato pesantissimo e troppo grande. Il manico poi, rullato e inciso è decisamente eccessivo. Una tazza per pesi massimi.
Modello Giuditta n. 2
Già più proporzionata. Ho usato lastra meno lunga e di spessore ridotto, cioè un diametro minore, ma il manico è ancora eccessivo.
Modello Giuditta n 3
Più piccola, ma proprio con il manico non ci siamo. Soprattutto quando provo ad attaccarlo non in corrispondenza del piede ma tra due piedi, cosa che comporta un equilibrio precario e un problema statico. La tazza tende a sbandare per il peso del manico, che si appoggia ed evita che cada del tutto, ma immaginate che fine farebbe il liquido contenuto nella sbandata... Bocciata.
Non male come forma, anche se un po' storta.
I manici rullati di Sandi non vanno bene per me.
Poi però mi viene in mente che questi manici sono presentati come una scorciatoia per chi non li sa fare tirati. Considerando che io ci ho impiegato anni a imparare a fare i manici tirati, mi è sembrato il caso di tentare a incrociare le due tecniche. Quindi, questo l'ho tirato, poi arricciato e attaccato... tra due piedi... Anche questo perciò è ribaltabile, staticamente controverso.
Modello Giuditta n 5: punto di arrivo
Ecco che quindi arriviamo alla soluzione del problema, per approssimazioni successive (o come rende meglio in inglese "by trial and error").
Manico tirato e modificato, attaccato alla base del piede, dove però va modellato per accompagnare la forma.
Soddisfatta del risultato al punto tentare la possibilità di riprodurne un'altra uguale. Risultato: una coppia di tazze da caffè.
Morale della favola
Quando si implementano le tecniche altrui non è sempre una passeggiata. Data la quantità di variabili in gioco - tipo di terra, spessore della lastra, profondità del disegno in rilievo e conseguente possibilità di espandere dall'interno, forma e attacco del manico - anche le tecniche che sembrano più ovvie possono presentare delle complessità. E poi è sempre così quando l'insegnante è così bravo da fare sembrare tutto semplice. E' al momento di mettere in pratica gli insegnamenti che saltano fuori le difficoltà.
La strada indicata da Sandi non è proprio congegnale per me, ma ci ricavo comunque un paio di spunti da utilizzare a modo mio: 1. la possibilità di costruire volumi con forme magari non ricavate a lastra ma a tornio 2. La possibilità di modificare i volumi dall'interno per non intaccare il disegno della superficie. 3. Più in generale, la possibilità di prendere spunto da tecniche non necessariamente affini alla mia produzione, spostandole in ambiti diversi. Non è poi questa la differenza tra copiare e interpretare??
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sabato 5 novembre 2011
What if? La costruzione a mano di Sandi Pierantozzi
What if? Explorations with Texture and Soft Slabs è il titolo del DVD, per la verità un cofanetto di due DVD, di Sandi Pierantozzi. Conoscevo già l'estroso lavoro di Sandi, presentato in una quantità di testi sacri della ceramica, specialmente in quelli specializzati nella lavorazione manuale, ovvero "Handbuilding".
Ossessionata dal tornio come sono, mi aveva molto incuriosito l'entusiasmo per Sandi dei ceramisti conosciuti due anni fa a San Diego, California. Alcuni di loro di fatto avevano messo da parte il tornio per sperimentare con le lastre, dopo aver seguito un seminario tenuto da lei presso la Clay Artists of San Diego. Sandi lavora con l'argilla allo stadio morbido, imprimendo forme con stampi di recupero, stampi commerciali ed altri autocostruiti.
Di stampi commerciali ce ne sono in grande quantità, ma tutto sommato sono poco interessanti, non mi piace l'idea di ritrovare i motivi della mia ceramica nel lavoro altrui. Quelli di recupero sono reti, corde, tappetini, cartoncini in rilievo e qualsiasi cosa imprima una traccia sufficientemente definita , con l'accorgimento - quando si usano stampi in plastica - di cospargere la superficie della lastra con dell'amido di mais perché non ci si incollino. A me però interessano molto di più gli stampi autocostruiti perché possono personalizzare ulteriormente l'oggetto fatto a mano, ma questo capitolo ha bisogno di uno sviluppo troppo complesso per questo post: ne riferirò in altra occasione.
A partire dalla lastra morbida impressa Sandi costruisce volumi, cilindri e coni prevalentemente con l'aiuto di modelli in cartoncino che si ricavano con semplicità. Questi volumi vengono poi deformati ed espansi dall'interno per ottenere forme più belle senza sbavare il rilievo. Questi volumi di base possono essere poi combinati per ricavare oggetti complessi, vasi, teiere, ciotole.
Il percorso con cui Sandi accompagna l'allievo alla scoperta del suo metodo è estremamente comprensibile (ovviamente per chi capisce l'inglese) e lungo la strada vengono condivisi molti piccoli segreti del mestiere, come quello dell'amido di mais di cui sopra per esempio.
Ad ogni passo Sandi opera delle scelte di gusto e di metodo, sempre sottolineando che vale la pena di chiedersi "What if???": Cosa succederebbe se si decidesse di fare diversamente? Non c'è un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose, purché funzioni.
Le opere di Sandi in bassa temperatura sono buffe e a momenti barocche, e rivelano chiaramente quanto lei ci si diverta a crearle. Un altro motivo per cui Sandi Pierantozzi mi sta simpatica: anche lei fa le perle a lume!!!!!!!!!!
Ossessionata dal tornio come sono, mi aveva molto incuriosito l'entusiasmo per Sandi dei ceramisti conosciuti due anni fa a San Diego, California. Alcuni di loro di fatto avevano messo da parte il tornio per sperimentare con le lastre, dopo aver seguito un seminario tenuto da lei presso la Clay Artists of San Diego. Sandi lavora con l'argilla allo stadio morbido, imprimendo forme con stampi di recupero, stampi commerciali ed altri autocostruiti.
Di stampi commerciali ce ne sono in grande quantità, ma tutto sommato sono poco interessanti, non mi piace l'idea di ritrovare i motivi della mia ceramica nel lavoro altrui. Quelli di recupero sono reti, corde, tappetini, cartoncini in rilievo e qualsiasi cosa imprima una traccia sufficientemente definita , con l'accorgimento - quando si usano stampi in plastica - di cospargere la superficie della lastra con dell'amido di mais perché non ci si incollino. A me però interessano molto di più gli stampi autocostruiti perché possono personalizzare ulteriormente l'oggetto fatto a mano, ma questo capitolo ha bisogno di uno sviluppo troppo complesso per questo post: ne riferirò in altra occasione.
Il percorso con cui Sandi accompagna l'allievo alla scoperta del suo metodo è estremamente comprensibile (ovviamente per chi capisce l'inglese) e lungo la strada vengono condivisi molti piccoli segreti del mestiere, come quello dell'amido di mais di cui sopra per esempio.
Ad ogni passo Sandi opera delle scelte di gusto e di metodo, sempre sottolineando che vale la pena di chiedersi "What if???": Cosa succederebbe se si decidesse di fare diversamente? Non c'è un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose, purché funzioni.
Le opere di Sandi in bassa temperatura sono buffe e a momenti barocche, e rivelano chiaramente quanto lei ci si diverta a crearle. Un altro motivo per cui Sandi Pierantozzi mi sta simpatica: anche lei fa le perle a lume!!!!!!!!!!
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giovedì 29 settembre 2011
Autunno alle porte, con un bonus tecnologico
La mia vite canadese inizia seriamente a rosseggiare, calzini e magliette della salute a breve ricominceranno a riempire la mia lavatrice. Autunneggia, e da queste parti in "montagna" è impossibile ignorare il ritmo delle stagioni. Non mi lamento, un luminoso e calduccio settembre ci ha ampiamente ricompensati dell'estate parzialmente mancata. Fatto stà che è di nuovo ottobre e ancora una volta - bontà loro - i Piccoli Ceramisti mi hanno invitata a giocare pubblicamente con l'argilla in quel piacevolissimo borgo trevigiano di Scomigo nell'ambito della manifestazione "Laboratorio di Ceramica nel Borgo". Una domenica mattina da trascorrere tra "colleghi" giunti da ogni dove, e un pomeriggio di dimostrazione in cui io mi guarderò bene dal competere con gli straordinari e forzuti tornianti che ogni anno vi partecipano. Gioco forza, quindi, la mia dimostrazione non riguarderà il lavoro a tornio, croce e delizia della mia produzione principale, ma la lavorazione manuale a lastra. Quest'anno non farò oggetti quadrati, scatole e dintorni, come l'anno scorso, ma recipienti, tazze, forse anche brocche, "texturati" e modificati, prendendo spunto dal lavoro di Sandi Pierantozzi. In questo modo finalmente metterò in pratica alcune delle tecniche imparate dal suo "Explorations with Texture and Soft Slabs", e sarò prossimamente in grado di farvene una recensione illustrata. Come si dice, due piccioni con una fava.
A questo proposito mi è venuto in mente di rivelare pubblicamente un segreto di Pulcinella che ha sorpreso alcuni spettatori alla manifestazione dell'anno scorso. In quell'occasione, come ho accennato, ho costruito delle scatole rettangolari stampando disegni con oggetti e timbri, e servendomi di un attrezzo per tagliare gli angoli delle lastre a 45°, in modo da avere angoli perfetti. Ecco a voi questo gioiello della tecnologia.
Un filo metallico posizionato ad angolo, che trascinato a contatto con la lastra, incide e rimuove uno spigolo lasciando un angolo perfetto.
Ora, per procurarvi questo marchingegno avete due alternative:
1. ordinarlo online in qualche negozio specializzato per la modica cifra di 12 dollari (18 se dotato all'altra estremità di aghi/chiodini per graffiare l'argilla al momento del collegamento dei pezzi)
2. procurarvi un legnetto o spezzoncino di tavoletta, rimuoverne un quadratino con un seghetto e attaccarvi un pezzo di corda metallica da chitarra/filo sottile di metallo tramite due chiodini o puntine da disegno.
Per ottenere angoli diversi da 45° basta tagliare via un rettangolo anziché un quadrato. Calcolatevi da soli il risultato.
Se poi volete il modello "deluxe cut-and-score", piantate sul lato opposto 4 chiodini e tagliategliene le teste con una tenaglia.
Il modo d'uso è immediato. Basta appoggiare lo strumento sulla superficie di lavoro a ridosso della lastra e trascinare senza sollevare dal tavolo
Adoro la tecnologia.
Buon lavoro e buone lastre, e se siete dalle parti di Treviso non vi perdete la manifestazione di domenica!!! Io porterò una selezione di ceramiche d'uso, un po' di bijoux, e molta voglia di giocare con l'argilla.
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lunedì 19 settembre 2011
Il ritorno del guerriero (stanco)
Quest'estate ho scoperto l'acqua calda: si fa fatica a essere creativi quando si è stanchi. E se ci si ostina a fare nonostante la carenza di idee (ispirazione?) si finisce mortificati dalla propria mancanza di creatività, e ovviamente, ancora più stanchi. Questo meccanismo innesca poi un circolo vizioso per interrompere il quale è indispensabile fare una sola cosa: fermarsi. Solo smettendo di fare si dà la possibilità ai neuroni di purificarsi nell'ozio. Ora, come ben sanno quelli che mi conoscono di persona, io di ozio non me ne intendo molto. Per di più essendo un'iperattiva maniaca del controllo per me non è per niente semplice smettere
In termini concreti, quest'estate ho prodotto poche cose in ceramica degne di essere conservate, ed eccole qui.
Un'idea interessante è questo condominio per piante grasse che ho copiato da una casa di Capoliveri. Un pannello con delle tasche da riempire di terra in cui mettere piantine molto resistenti e caparbie, che si accontentano di poco. L'originale visto all'Elba era fatto in cemento e coppi. Io l'ho adattato alle dimensioni del mio forno e alla terra che volevo usare (un pacco di terra di Impruneta che dovevo finire). L'ho decorato premendo lime, cacciaviti e attrezzi vari che normalmente si trovano sul mio banco da lavoro (perche in realtà è il banco da falegname di mio padre) e poi l'ho pennellato con del rame rosso. Il risultato è piacevole, ma sarà sicuramente meglio quando le piantine ne avranno preso possesso.
martedì 5 luglio 2011
Consuntivi e meritate ferie
Recentemente ho deciso di prendermi una pausa dall'artigianato. Mi sono ripromessa di sospendere completamente i giochi con l'argilla e il vetro per tutto il mese di luglio. Troppe corse per approntare le ceramiche, e l'insoddisfazione di non riuscire prendermi il tempo necessario per pensare le cose fino in fondo. La mia ricerca e il mio aprendistato in materia di ceramica e vetro procedono per approssimazioni successive, ossia sbagliando e correggendo il tiro. Se non c'è il tempo per metabolizzare i risultati, individuare i problemi e trovare le soluzioni, la ricerca non avanza. Per di più la mia ceramica ha tempi piuttosto lunghi, tra la foggiatura e le due cotture possono passare anche dei mesi, e bisogna stare concentrati per non perdere il filo del discorso. Ho già delle idee da sviluppare, ma per il momento voglio lasciare che germoglino da sole, possibilmente mentre mi arrostisco su qualche spiaggia.
La mostra dell'artigianato Città di Feltre è andata bene. Per la prima volta ho intrattenuto il pubblico con la dimostrazione della lavorazione a lume delle perle e nel frattempo ci ho anche intrattenuto me stessa.
Non essendo portata per gli aspetti commerciali dell'impresa, gli anni scorsi mi ero annoiata al punto da tirar fuori la chitarra e mettermi a strimpellare per la disperazione. Ovviamente la fiamma e il vetro incandescente hanno catalizzato l'attenzione dei passanti: ho tenuto un mini corso, ho stregato più di un bambino e inoltre ho prodotto una significativa quantità di perle sulle quali potrò meditare durante le ferie.
La mostra dell'artigianato Città di Feltre è andata bene. Per la prima volta ho intrattenuto il pubblico con la dimostrazione della lavorazione a lume delle perle e nel frattempo ci ho anche intrattenuto me stessa.
Non essendo portata per gli aspetti commerciali dell'impresa, gli anni scorsi mi ero annoiata al punto da tirar fuori la chitarra e mettermi a strimpellare per la disperazione. Ovviamente la fiamma e il vetro incandescente hanno catalizzato l'attenzione dei passanti: ho tenuto un mini corso, ho stregato più di un bambino e inoltre ho prodotto una significativa quantità di perle sulle quali potrò meditare durante le ferie.
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