venerdì 2 luglio 2010

Teoria e pratica

Lo scorso gennaio ho partecipato a un corso di tecniche costruttive tenuto dalla celebrata Lana Wilson a San Diego, California. Dell’approccio dell’artista al materiale mi è rimasta in mente l’istintività con cui Lana arricchiva le sue costruzioni, un’istintività raggiunta tramite una vita di disciplina come “production potter” e con la scelta di allontanarsi dalla produzione in serie per creare oggetti d’arte, one-of-a-kind. L’apparente semplicità con cui lei pennellava ingobbi, toglieva strati e li reincollava sulle lastre, infatti mi aveva tratta in inganno. Cosa ci sarà mai di complicato in questo? Aggiungi i coloranti alla terra liquida e poi pennelli le lastre, scavi con gli attrezzi, stendi con il mattarello e poi costruisci le forme. Semplice, no? Eppure tornata a casa la sperimentazione si è dimostrata più ardua del previsto. Io mi ero già prefigurata una serie di piatti coloratissimi da portare a tavola e invece subito mi sono arenata sul problema di trasporre gli insegnamenti di Lana ai materiali reperibili qui. Non avrei potuto usare il gres bianco (Laguna 50/50) di Lana ma la terra rossa di Nove, sfruttandone magari l’effetto e il contrasto. Per iniziare non avrei usato i pigmenti da alta temperatura (visto che i miei smalti maturano a 1000°C) ma avrei fatto gli engobbi con i colori da sottocristallina che ho già in casa, con l’aggiunta di un bel pigmento rosso da bassa temperatura comprato a San Diego. Eppure – mi ci vuole un altro eppure – ho passato vari mesi a cercare di venire a patti con tutti questi adattamenti, senza peraltro risolvere alcuni dei problemi che io stessa mi sono creata.
Il nocciolo della questione è che per stratificare gli ingobbi senza che si sporchino tra di loro è necessario attendere che siano asciutti al tatto, ma poi per manipolare le lastre e costruire oggetti è indispensabile riportare umidità all’impasto. Compromessi, sempre compromessi. Ho provato a costruire piatti ricavati da lastre piegate, tagliate e ricucite, scoprendo che le cuciture si aprono miseramente anche lasciandole asciugare per settimane. Ironia della sorte, ho anche scoperto che il bellissimo pigmento rosso di San Diego era a bassissima temperatura – virtualmente inutile visto che è completamente sparito a 1020°C. Perciò ho scartato l’idea di piegare le lastre e ho iniziato a costruire scatole con le lastre piatte, con un maggiore successo.
Colta da entusiasmo, ho pensato a un’installazione di scatole decorative ma mi sono stufata dopo la seconda, probabilmente perché non riesco ancora a trovarci un’utilità. Poi ho cambiato nuovamente impasto e ho deciso di tentare la sorte con le scatole raku, per provare i coloranti su base bianca e vedere che effetto fa la cavillatura su una superficie già sovrabbondante. Della cottura raku prò racconterò in un altro post, visto che ci hanno fatto un intero servizio fotografico.
Ad ogni modo, ecco i risultati a cui sono arrivata finora. Certamente non esauriscono la ricerca, ma per ora questo è quanto.
Nelle foto scattate da Claudia Dorkenwald le scatole Lana-style, due in terra rossa con cristallina matt, ossidazione in forno elettrico e due in refrattario.

sabato 26 giugno 2010

Made in Italy: Vetlo di Mulano??

Non è facile la vita dell'artigiano, specialmente in un mondo che non dà valore al lavoro manuale. Difficile far capire per quale motivo una tazza foggiata a tornio e decorata a mano costi quanto due o tre tazze comprate al supermercato. E poi ci sono i furbacchioni tra gli artigiani stessi. Metti il caso del vetro di Murano e delle perle al lume. Una collega "artigiana" del vetro, a cento metri dal mio stand, ha allestito una postazione per la dimostrazione delle perle al lume, con tanto di cannello e bombole di propano/ossigeno.


Che fortuna - ho pensato. Finalmente riuscirò a vedere la tecnica dal vivo e a fare tutte le domande a cui non riesco ancora a dare risposta. E in effetti, la signora qualche perla la fà dal vivo, riscuotendo grande interesse tra le persone che poi sono invogliate ad acquistare gli oggetti che credono di aver visto nascere. Che "credono" di aver visto nascere, perché la signora magari le perle le sa fare, ma vende vetro cinese usando l'amo delle perle veneziane come specchio per le allodole.
Che delusione, manco gli artigiani vendono più artigianato, ai mercatini come a Venezia. E infatti, la "artigiana" (quante virgolette in questo post avvelenato), in separata sede ha ammesso che lei in realtà si ritiene un'ideatrice di perle che poi le fa fare da altri, ommettendo di dire che questi altri non sono artigiani, e tanto meno veneziani.


Si badi bene, dai cinesi non c'è che da imparare la capacità di cogliere le opportunità, soprattutto quelle che noi ci facciamo scappare. Certo è giusto che il consumatore sappia cosa compra e che il commerciante non finga di essere ciò che non è. E magari che queste sedicenti "mostre dell'artigianato" esercitino qualche tipo di filtro per evitare la presa in giro.
Ad ogni modo, forse una speranza c'è, a giudicare dalla cronaca del Gazzettino di oggi.
Venezia. Vetro di Murano "made in China": sequestrati 11milioni di articoli

Nei guai 3 società: due nella "patria" del vetro e una a Jesolo
Con un cambio di etichette cocci trasformati in artigianato


In foto due braccialetti di perle al lume fatte da me. 

mercoledì 23 giugno 2010

Ricorrenza di giugno: Mostra dell'Artigianato Artistico Città di Feltre

Non avete sbagliato pagina, ho solo cambiato la faccia di questo blog. Non avendo avuto il tempo di andare dalla parrucchiera a cambiare il mio look, mi accontento di questo.
Fine giugno è tradizionalmente il periodo in cui faccio l'unica (per il momento) fiera dell'anno, la Mostra dell'Artigianato Artistico Città di Feltre, che si terrà da domani sera, giovedì 24 giugno fino a domenica 27. Stesso luogo, più o meno lo stesso allestimento, ceramiche vecchie e recenti e - novità - una serie di gingilli, collane, braccialetti e sopratutto orecchini, costruiti attorno alle perline di ceramica di cui ai post precedenti, in pasta egiziana, raku o ossidazione e alle perle al lume con cui mi sto divertendo ultimamente.
Non ho abbandonato la ceramica, per la verità ho anche ripreso in mano il tornio in vista di un progetto di stoviglie color ambra di ferro in terraglia con decalcomanie. Altro discorso da continuare in altro momento.
Ridiscesa nel mondo reale del vasaio comunque, ho subito ricordato come mi si conciano le mani lavorando l'argilla al tornio. Ne ho ricavato un'unghia abrasa e la rimozione del "tatuaggio" di henné che mi ero fatta fare sul polso e l'avambraccio da una signora marocchina (di cui peraltro andavo piuttosto fiera).
Ecco dunque l'annuncio formale degli argomenti che tratterò nei post che verranno, una promessa e un promemoria.
- esiti del corso di costruzione manuale di Lana Wilson: trasposizione della tecnica di Lana in bassa temperatura, in ossidazione e riduzione.
- cottura raku di fine maggio: scatole e perline
- escursione nel mondo del vetro: perle al lume, vetrofusione e  nuovo forno multifunzione Prometheus Pro 7.
Per il momento corro a stampare i miei bigliettini per la mostra. Siete tutti invitati!!!!

lunedì 24 maggio 2010

Nuovo gioco: le perle al lume

C'e un posto nel mio cervello che incomincia a preoccuparsi della fascinazione che il fuoco esercita su di me. Sono attratta dall'incandescenza e dalla fiamma, e quando vado per boschi mi capita di chiedermi, così come magari uno normale si chiederebbe "chissà come si chiama questo fiore" - chissà che cosa resta di questa foglia/sasso/legno se lo cuocio a 1000 gradi??
C'è un'altro posto nella mia mente in cui sono terrorizzata dal fuoco, retaggio di uno spavento infantile, di quando andò a fuoco la falegnameria di mio padre a Buenos Aires e papà si bruciacchiò braccia e sopraciglia per spegnerlo...
Ma il fascino prevale. Forse ciò che mi cattura è la sfida di controllare il fuoco, di misurarmi con lui e sfruttare la sua potenza per i miei scopi.
Ad ogni modo il nuovo giocatolo è un cannello per vetro collegato a una bombola di propano, la stessa che uso per il raku. Il gioco è antico ed è anche una specialità veneziana: le perle al lume. La cosa assurda è che a Venezia si stia perdendo in favore del vetro cinese: vi sfido a comprare vetro di Murano senza essere bidonati, ma questa è un'altra storia.
Avevo pensato di fare un corso per imparare a farle, ma il cannello era qui e funzionava, e in rete ci sono un sacco di video e tutorials... Quindi ecco le prime, tenere perle al lume di silviapotter. Quanto agli orecchini, un grazie a Alessia Beads and Tricks per l'idea del fiore.

venerdì 21 maggio 2010

Il ritorno della pasta egiziana Part III: supporti per la cottura delle perle


Seguito delle parti I- Generalità e II-Impasto e foggiatura.
Questa è la fase che ha richiesto più fantasia, e il discorso si estende alla cottura di perline biscottate e smaltate a bassa temperatura con altri tipi di terre.

Le perline vanno infilate nel filo metallico (1) e poi il filo va tenuto sospeso da qualche marchingegno portante (2).

(1) Il problema del filo metallico era scegliere tra materiali e spessori: filo di acciaio zincato, acciaio inossidabile, o acciaio ricotto (noto come "da edilizia")? Il filo zincato va escluso, perché la cottura esegue il procedimento inverso alla zincatura, col risultato di avere crosticine di zinco in giro per il forno che potrebbero aderire allo smalto (un effetto collaterale di questo fenomeno è comunque una certa riduzione all'interno del forno, il che ha fornito risultati piuttosto interessanti in stile raku come quelli visibili in foto). Il filo d'acciaio inossidabile ha un costo maggiore, ma può essere riutilizzato. Trovo che sia ottimo per fare degli uncini riciclabili, ma inutile se il filo sarà usato una sola volta. In quest'ultimo caso, cioè quando il filo sarà usato per costruire dei sostegni a perdere, meglio usare il filo "da edilizia", più economico e duttile. Quanto agli spessori, il filo da 1 mm è sufficiente. Compatibilmente con i fori delle perline si potranno però usare spessori maggiori, ma se si vuole usare un filo più sottile di 1mm, sarà meglio andare sull'acciaio inossidabile.

(2) Quanto a supporti, ne ho costruiti di vari tipi e qui la discriminante da considerare è se le perline dovranno essere movimentate a caldo o no. In altre parole, se si fa una cottura statica elettrica o a gas si potranno usare marchingegni più semplici, come per esempio delle colonnine in refrattario che reggano bastoncini di acciaio di resistenza adeguata, che a loro volta reggano il filo su cui sono infilate le perle. Se invece le perline saranno rimosse incandescenti dal forno per la post-riduzione, sarà conveniente costruire supporti più complessi ma che consentano una manovra sicura e veloce senza che le perline si tocchino tra di loro. Ecco perché mi sono documentata a questo proposito e ho costruito sostegni di due tipi.


Tipo 1: Ho fatto dei coni in refrattario con dei fori fatti diagonalmente dall'alto verso il basso con un filo da 1.5mm (il refrattario ha un ritiro basso ma ce l'ha, per cui se si usa un diametro da 1mm non si riuscirà a inserire il filo da 1mm dopo la cottura del supporto). Ho fatto molti fori sulla superficie del cono in modo da avere scelta al momento di posizionare le perline in base alle loro dimensioni, sempre per evitare che si incollino tra di loro. Alla sommità del cono ho modellato una specie di maniglia che servirà per afferrarlo con la pinza da raku. Poi ho tagliato un pezzetto di 3 o 4 cm di filo di acciaio inox da 1 mm e l'ho piegato a zig zag con le pinze per bloccare la perlina infilata, e ho poi inserito l'altra estremità del filo nel cono. Trovo questa soluzione soddisfacente per due motivi: Mi piace l'idea di costruire ausili per la ceramica con l'argilla stessa, e poi il filo inox si può riusare più volte.


Tipo 2: L'altro supporto è in metallo e prevede la costruzione di una gabbia con delle staffe di acciaio zincato tenute insieme da bulloni, sulla quale si appenderanno in verticale i fili di perle infilate nell'acciaio economico da edilizia - visto che poi sarà tagliato e buttato - separate dalla solita piega a zig zag. La ragione per cui non si appendono in orizzontale è per evitare che flettendo il filo si abbassi distruggendo le perle sottostanti.

Dopo la cottura a 980/1000°C i monili si staccheranno abbastanza facilmente dai fili, anche se in qualche caso si dovrà ruotare con forza il filo per ottenerne il distacco.

Una cosa buffa che ho notato è che in presenza di umidità anche dopo cotto questo materiale continua a trasudare sali che formeranno delle crosticine antipatiche ma rimuovibili. Questo non significa però che questi sali siano sufficienti a creare nuovo smalto per un’eventuale ricottura.

Credo di aver finito con il discorso pasta egiziana, se ci fossero nuovi sviluppi non mancherò di renderli noti.

mercoledì 19 maggio 2010

Ancora pasta egiziana Part II: impasto e foggiatura


Ogni promessa è debito ed ecco il seguito del resoconto delle mie esperienze in tema di Pasta Egiziana, la continuazione della prima parte che ne descrive le generalità.


Impasto e foggiatura

Dato l'alto contenuto in silice e le conseguenti controindicazioni per la salute, è il caso di introdurre tutti gli ingredienti (la ricetta di Ceramics Monthly nel post Parte I) in un sacchetto di plastica e amalgamare lì l'impasto al chiuso, aggiungendo l'acqua gradualmente fino a ottenere una pasta lavorabile, e maneggiare poi con le mani protette da guanti. Alcune fonti dicono che convenga lasciare riposare l'impasto per ottenere una maggiore plasticità, che è già bassa in questo materiale. Per modellare si possono usare stampi e texture varie ma bisogna considerare che il dettaglio fine non sarà visibile una volta cotto, perché sarà coperto dallo smalto. Il foro della perlina io lo faccio con una punta da trapano da 1.5mm prima che sia a durezza cuoio, trovo che sia uno spessore sufficiente per infilarle come voglio. Con la pasta egiziana non serve calcolare il ritiro, che è praticamente trascurabile.

Una volta formati, gli oggetti vanno lasciati asciugare lentamente su un foglio di carta assorbente posto su una superficie impermeabile. Lo scopo è di consentire che diventino sufficientemente rigidi da poter essere movimentati e appesi sul supporto che li reggerà in forno. Se invece non importa che il lato su cui poggiano rimanga senza smalto - ne uscirà biancastro e secco - si possono lasciare asciugare completamente sulla carta. In entrambi i casi si consiglia un'asciugatura lenta che consenta ai sali di sodio dell'impasto di migrare in superficie per costituire lo smalto: questa la fase cruciale per il risultato definitivo. Si vedrà crescere una peluria di cristalli biancastri che vanno toccati il meno possibile per evitare di rovinare la superficie. La parte non a contato con l'aria - e questo vale anche per la cottura - non vetrificherà, e resterà senza colore. Se non interessa avere perline smaltate fronte e retro basterà appoggiare i monili su un piano da forno protetto da una mano di caolino liquido oppure del proprio kiln wash di fiducia (io uso caolino/ball clay 50/50) e poi cuocerle a 980/1000°C. Se invece si desidera produrre perline smaltate a tutto tondo bisognerà leggere anche il prossimo post: Supporti per la cottura delle perle.

Egyptian paste revealed - Part 1: I segreti della pasta egiziana







Un paio di mesi fa ho riaffrontato l'idea di produrre perline in ceramica e mi sono ricordata della pasta egizia pronta che avevo comprato l'anno scorso negli USA e non avevo mai provato. Ho spulciato tutte le mie fonti in cerca di notizie e istruzioni per l'uso e per la verità i testi sacri ne fanno cenno solamente "en passant" in riferimento all'uso che se ne faceva nell'antico Egitto. Infatti la pasta egiziana è un impasto autovetrificante a bassa temperatura, monocottura quindi, prevalentemente turchese, già usato settemila anni fa nella costruzione di monili, perle e piccoli accessori. Ha una composizione che la pone a metà strada tra una terra e uno smalto, come si evince dalla ricetta di Ceramics Monthly:

Nefelina sienite 39%
Soda Ash 6%
Bicarbonato di Sodio 6%
Caolino 6%
Ball Clay 6%
Silice 37%
Solitamente vi si aggiunge un 2% di bentonite per una maggiore plasticità, oltre al colorante desiderato. Il turchese di rame è per l'appunto quello più noto, ma è possibile ottenere altre tonalità con altri ossidi e persino con i pigmenti pronti (mason stains. Per la verità oltre a queste notizie, dai libri non ho cavato ragno dal buco.
Mi mancavano parecchi particolari cruciali su come fare oggetti smaltati a tutto tondo: come sorreggerli in forno, con quali materiali e accorgimenti e perciò dopo aver cercato in rete - e come si sa la rete per definizione offre sempre notizie contraddittorie - ho fatto le mie esperienze con la pasta turchese di rame e quella blu di cobalto, delle quali renderò conto nei prossimi post, visto che uno solo non lo può contenere. Spero che possano essere utili a qualcuno. Nelle prossime puntate: Impasto e foggiatura, Supporti e cottura.